Potrebbe essere davvero opera dell’uomo neolitico il grande cerchio monumentale di fosse profonde e perfettamente allineate che circonda il complesso di Stonehenge. A riaprire il dibattito è un nuovo studio guidato dall’archeologo britannico Vince Gaffney, che torna a puntare l’attenzione su quello che potrebbe rivelarsi il più imponente manufatto preistorico finora individuato nel Regno Unito, databile tra il 6.000 a.C. – 4.500 a.C. e il 2.000 a.C.
La storia ha inizio nel 2020, quando una squadra di 18 ricercatori annunciò la scoperta di due archi di fosse circolari distribuite su oltre 3 chilometri quadrati intorno ai Durrington Walls, il vasto recinto cerimoniale legato a Stonehenge. Le cavità – larghe circa 10 metri e profonde 5 – furono però subito oggetto di contestazioni da parte di alcuni studiosi, convinti che potessero essere semplici doline naturali formatesi nel terreno gessoso della zona.
A distanza di anni arriva la replica sulle pagine della rivista Internet Archaeology: un nuovo gruppo di studiosi, ancora sotto la guida di Gaffney, presenta infatti dati che sembrano confermare l’origine intenzionale delle fosse. “Potrebbero rappresentare un confine sacro legato alle attività rituali di Durrington Walls”, spiega l’Università di Bradford, coinvolta nel progetto.
Sebbene nessuna fossa sia stata scavata integralmente – un’operazione troppo costosa e complessa – nel 2021 i ricercatori hanno impiegato una vasta gamma di tecniche avanzate: prospezioni magnetiche e con georadar, analisi geochimiche, datazioni tramite luminescenza e perfino studi del Dna dei sedimenti estratti dai carotaggi.
Secondo il team, i risultati ottenuti sono “coerenti con l’interpretazione originaria”: le dieci strutture analizzate mostrano una sorprendente uniformità in forme, dimensioni e disposizione, difficilmente compatibile con processi naturali casuali. La regolarità del tracciato suggerisce inoltre una conoscenza numerica più avanzata del previsto da parte delle comunità neolitiche.
Le analisi tramite luminescenza indicano che lo scavo delle fosse risale intorno al 2480 a.C., in pieno Neolitico e in contemporanea con l’utilizzo di Durrington Walls. Un dato che indebolisce in modo decisivo l’ipotesi delle doline: per formarsi naturalmente, spiegano gli autori, sarebbe servito uno spesso strato di sedimenti oggi assente e la cui rimozione estesa non trova riscontro nel paesaggio.
Il nuovo studio invita dunque a proseguire le ricerche: negli ultimi anni sono stati individuati complessi simili anche in altre zone della Gran Bretagna, come Milltimber (Aberdeenshire) e Linmere (Bedfordshire), suggerendo che la costruzione di grandi cerchi di fosse fosse tutt’altro che insolita presso le comunità che edificarono Stonehenge.
“L’esistenza di estesi complessi di fosse non dovrebbe sorprenderci, ma essere prevista durante il lavoro sul campo”, concludono i ricercatori. Un invito rivolto alla comunità scientifica: quei vuoti nel terreno, spesso liquidati come semplici anomalie naturali, potrebbero invece custodire uno dei capitoli più affascinanti della preistoria britannica. (Fonte AdnKronos)










